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L'abito maschile, tradizione e innovazione

guagua72

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L'abito maschile, tradizione e innovazione
« il: Marzo 15, 2016, 08:56:02 am »
Allettato dalla discussione in altro Topic, per non "sporcare" gli amati orologi con discorsi diversi, apro questo mio.
Recentemente si è discusso in merito ad un marchio , anzi, a diversi marchi dell'abbigliamento maschile. E' emerso uno stile di giacca " alla Tagliatore", poi si è parlato di "Brioni".
Nazareno Fonticoli, uno dei due fondatori del noto marchio, manifattura Abbruzzese vera e propria, si rivolterebbe nella tomba? Non so, a mio parere non è il diverso taglio dell'abito che fa la differenza ma sono le finiture. Per capire se un abito Brioni della nuova era è diverso come qualità basta aprirlo. Conoscere la differenza tra intelato, semiintelato, adesivato fa il resto. L'altro marchio, mostrato come sinonimo di nuovo corso e nuova tipologia, è completamente un'altra roba. Non è diverso solo nel taglio, ma anche nella costruzione stessa. Imparagonabile ma vincente. Stiamo parlando di "pronto moda" dell'abbigliamento, giacchette corte che lasciano intravedere il sedere, costruzioni estremizzate al semplice ,anzi al semplicismo. Ci si senta pure trendy o giovanili ma io non le chiamo nemmeno giacche. Ma è una mia personalissima idea, nulla contro questa casa di abbigliamento. L'abito sartoriale sta finendo? Sta finendo l'era del fashion a tutti i costi e del marchio?  Non lo so, ma fino a quando l'acquisto sarà dettato dal nome e non dalla sostanza non aspettiamoci grandi voli pindarci o aumenti di qualità. Sempre più mi accorgo, anche frequentando per lavoro il mondo dell'abbigliamento che è il cliente che si ostina con la sua poca cultura di prodotto a sentirsi sicuro nel porto dalle quiete acque del marchio, sospinto dai trend setter impegnai a fare innumerevoli marchette. Credo che quando l'era delle fashion blogger e dei fashion blogger finirà, sommersa da tutta la marea di palle raccontate, ptrà ritornare alla ribalta il vero "lavoro". Per ora stanno chiudendo moltissime fabbriche e manifatture del buon vestire e calzare italiano.

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #1 il: Marzo 15, 2016, 10:40:44 am »
Credo invece che la sartoria artigianale italiana stia rivivendo una nuova era.
Ma dobbiamo distinguere se parliamo di artigianato e quindi di botteghe o di Brioni e quindi di industria.

Superato il decennio degli anni '80, che ha fatto assurgere al ruolo di brand dal respiro internazionale delle realtà fino all'epoca classica relegate ad un'èlite, s'è visto un sempre maggiore imbarbarimento della vera qualità sartoriale che avevano portato al successo queste aziende, la cui qualità di era trovata affogata dalla quantità.
Perchè imbarbarita s'è la società, che ha scelto di perseguire l'abbondanza cieca al posto della consapevolezza che richiedeva impegno, i numeri alla natura delle cose, il loro possesso alla conoscenza di esse, la quantità alla qualità.
Una quantità figlia di un tempo in cui la tradizione è stata offuscata dalla smania di possesso e la cultura dalla capacità di possedere, cause ed effetti di un'ignoranza che rende più semplice e rassicurante rifugiarsi dietro un marchio che lanciarsi in un percorso iniziatico di conoscenza e studio, quello della sartoria vera, che è invece percorso assai irto e arduo da scalare.
Ecco quindi di cosa si parla quando si cita Brioni: di un marchio, nulla più.
Un marchio che si regge in piedi grazie ad un mercato che poggia ormai le sue intere basi sull'inconsapevolezza della domanda e sul valore di un brand dove "valore" è venalmente il prezzo che paradossalmente serve a giustificare la stessa domanda di quel marchio, che se vendesse ad 1/10 la stessa porcheria che vende a prezzi gonfiati di dieci volte il reale valore di ciò che propone, di contro non venderebbe dieci volte di più bensì cesserebbe di esistere, fondando ormai la sua stessa ragione d'essere su qualcosa che è simbolo e non sostanza, perchè la sostanza non la si sa riconoscere.

Il vestire classico però, di scuola inglese o quello di tradizione napoletana che amo, non sono del tutto spacciati.
L'amore tutto italiano per il bello è qualcosa di connaturato alla stessa terra che ci culla e nel quale ognuno di noi vive senza accorgersene, e così inevitabilmente qualcuno che continua a perseguire gli ideali di bellezza da riscoprire nella tradizione esiste sempre e qualcun altro si trova ancora a voler iniziare a farlo.
Così se la sartoria industriale ha fagocitato un settore intero servendosi dell'inconsapevolezza della massa, ci sarà sempre chi alla massa non riuscirà ad uniformarsi per la necessità non di avere un capo perfetto (perchè non è la perfezione ma è la bellezza ciò che l'artigianalità ricerca) ma per la volontà di avere qualcosa di proprio.
La nuova generazione di sarti - non più giovani cresciuti in bottega ed avviati all'arte dall'impossibilità di scegliere altra strada, ma ragazzi istruiti e laureati, che hanno scelto la via della sartoria scientemente - questo lo sa e per questo proseguirà la grande tradizione sartoriale del bel paese nel piccolo delle botteghe di paese o portandola in giro per il mondo globalizzato come valore distintivo al servizio di chi sarà capace di sapere cosa compra.
"Dum differtur, vita transcurrit" (L. A. Seneca)

Beppe

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #2 il: Marzo 15, 2016, 10:57:37 am »
Grazie a Giorgio ed a Alearturo per il garbo e la competenza dei vostri interventi.

ciaca

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Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #3 il: Marzo 15, 2016, 12:19:07 pm »
Come ho scritto nell'altro Topic, la sartoria intesa come nicchia (quale è sempre stata) non morirà mai finché ci saranno sarti all'altezza di soddisfare le richieste della clientela, ossia abiti "su misura" (non solo nel taglio, nella costruzione e nelle misure ma nella scelta di ogni dettaglio).

Che era appunto quello che faceva Brioni ancora nei primi anni 90 e prima di entrare nel perverso meccanismo delle griffe del lusso come poi accaduto dopo essere stata acquisita dal gruppo Kering nel 2012 (ancora nel 2000 da Penne uscivano circa 70.000 capi all'anno, quest'anno non si è arrivati a 30.000).

Il pronto moda fashion segue altre logiche, ha altri numeri e altri segmenti di mercato come riferimento, per molti aspetti è in termini di cultura del prodotto La negazione della sartoria artigianale al pari di come l'oroologeria industriale griffata è la negazione dell'alta orologeria.

Metter Brendan Mullane, uno che veniva da Givenchy, Hermes e Burberry, a capo della più prestigiosa sartoria italiana era già un segnale evidente di ciò che sarebbe successo da lì a poco, pure James Bond s'è spaventato e se n'è andato.
Roba da delirio e neurochirurgia alla quale purtroppo i venditori del fumo Brandizzato negli anni ci hanno abituati.

Negli anni, più o meno in tutti i settori, abbiamo assistito ad una deriva sempre più orientata alla massificazione industriale del lusso e del Brand a discapito delle nicchie di eccellenza del prodotto, è un fenomeno che sembra inarrestabile perché gli attori impegnati in questo senso sono colossi con disponibilitá finanziarie enormi sempre pronti ad acquisizioni (rovinose per il prodotto e nel lungo periodo anche per la salute Delle aziende acquisite, ma nel breve ricche di utili per le holding che spremono i marchi).

La nicchia, che continua ad esistere, è sempre più destinata ad essere presidiata in modo locale, puntuale, in scala sempre più ridotta. Il piccolo laboratorio artigiano, insomma. Che poi è ciò che in Italia sappiamo anche fare meglio, è ciò da cui tutto ha sempre avuto inizio. Il problema è quello della dimensione minima per stare al mondo, che in un paese sempre più difficile e sempre meno a misura di artigiano non è detto che sia compatibile con la realtà della piccola bottega artigianale.

Questo è però un fatto "politico" e non economico. Nel resto del mondo, al contrario, questa capacità di presidiare le nicchie non c'è per tare cultirali, e nei rari casi in cui c'è non ha comunque la vivacità intellettuale che ha in Italia.

Rischia come sempre di apparire come una lotta contro i mulini a vento, ma almeno del campo del vestire se non si vuole abdicare al pronto moda griffato (Zegna produce per Gucci e adesso qualcuno ipotizza possa farlo anche Brioni per salvare i 400 posti in esubero, n.d.r.) da consumatori non si può far altro che prendersi il proprio tempo e andarsi a cercare "il sarto".
« Ultima modifica: Marzo 15, 2016, 17:21:23 pm da ciaca »
"A megghiu parola è chidda ca un si dici"

Istaro

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Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #4 il: Marzo 16, 2016, 00:12:23 am »
Condivido per intero gli interventi precedenti, con un’unica perplessità su alcune note di ottimismo finale:

Credo che quando l'era delle fashion blogger e dei fashion blogger finirà, sommersa da tutta la marea di palle raccontate, potrà ritornare alla ribalta il vero "lavoro".

L'amore tutto italiano per il bello è qualcosa di connaturato alla stessa terra che ci culla e nel quale ognuno di noi vive senza accorgersene, e così inevitabilmente qualcuno che continua a perseguire gli ideali di bellezza da riscoprire nella tradizione esiste sempre e qualcun altro si trova ancora a voler iniziare a farlo.
(…) La nuova generazione di sarti - non più giovani cresciuti in bottega ed avviati all'arte dall'impossibilità di scegliere altra strada, ma ragazzi istruiti e laureati, che hanno scelto la via della sartoria scientemente - questo lo sa e per questo proseguirà la grande tradizione sartoriale del bel paese nel piccolo delle botteghe di paese o portandola in giro per il mondo globalizzato come valore distintivo al servizio di chi sarà capace di sapere cosa compra.

La nicchia, che continua ad esistere, è sempre più destinata ad essere presidiata in modo locale, puntuale, in scala sempre più ridotta. Il piccolo laboratorio artigiano, insomma. Che poi è ciò che in Italia sappiamo anche fare meglio, è ciò da cui tutto ha sempre avuto inizio.

Mi sembra di leggere, insomma, l’idea che il vessillo del bel vestire possa essere portato anche in futuro da una nicchia di amanti dello stile e della qualità, nonché da un pugno di nuovi artigiani consapevoli.

Io non sarei così sicuro dell’ineluttabilità di questo destino…

Oggi – per quello che posso dire di una realtà che ho iniziato a esplorare da qualche anno - i sarti in attività sono pochissimi (parziale eccezione è quella di Napoli).
In metropoli come Roma o Milano, abitate da milioni di persone, se ne trova qualche decina. Di questi, la gran parte sono ottantenni…

Angelo esprime un ottimismo meno marcato, segnalando che può esistere un problema dal lato dell’offerta, cioè della capacità della piccola bottega artigianale di stare sul mercato.

Io risalgo ancora più “a monte”, al lato della domanda: può sopravvivere una “nicchia” (più o meno organizzata) se il mare che la alimenta è prosciugato?
Può resistere una cultura – sia pure elitaria - dell’abito maschile, se il mondo la ritiene superata?

Qualche tempo fa conducevo una riflessione simile sugli orologi, rilevando che ci può essere un vertice di eccellenza solo se poggia su una struttura con diversi livelli qualitativi.
Grandi numeri complessivi di un settore significano grandi opportunità lavorative per i giovani interessati a diventare tecnici specializzati (con scuole di formazione specifiche), e quindi maggiori possibilità di selezionarne alcuni di elevatissima professionalità; ed altri che sappiano offrire un prodotto non di eccellenza, però a prezzi ragionevoli.
Grandi numeri significa industria dell’indotto in salute e capace di innovazione autonoma (per l’abbigliamento parliamo ovviamente dei tessuti).
Grandi numeri significa ampia cerchia di clienti che guardano con un certo interesse alla tipologia di prodotto. E quindi maggiori possibilità che un numero sufficiente di questi possa prima o poi alzare l’asticella delle proprie aspettative e orientarsi su prodotti di vera qualità.

Guardiamo però lo scenario attuale.

L’abito da uomo tradizionale residua solo come “obbligo”: professionale (però in ambiti sempre più limitati) e cerimoniale (però con cerimonie sempre più rare, ed esposte a scelte di abbigliamento sempre più improvvisate e modaiole).
Coloro che vestono con uno stile classico “per scelta” sono sempre meno.

Ma, soprattutto, quello che è oggetto di picconate sempre più decise è lo stesso immaginario maschile tradizionale, accusato di essere “sessista”, “inquinante” (assistiamo a polemiche sempre più insistenti contro il fumo, le carni rosse, le auto sportive), “rigido” (le nuove parole d'ordine sono il rigetto delle formalità e dell’autorità, l'esaltazione della “praticità” e della “disinvoltura”).
Le industrie della moda spingono sempre più lo stile androgino…

In questo scenario, è immaginabile che possano conservarsi e tramandarsi i “saperi” dell’abbigliamento maschile?

È vero che la moda, la spinta al consumismo commerciale, non può produrre nuovi stili di riferimento stabile, non può difendere la qualità (perché ciò è contro l’interesse di chi la impone).
Per cui lo stile classico – nell’abbigliamento, ma anche nell’arredamento, nell’oggettistica, nell’alimentazione… - permane quale riferimento di eleganza e di qualità.
Ma è anche vero che questo riferimento è sempre più sfumato, confuso, perché non può sopravvivere per inerzia.

L’unica speranza risiede, a mio avviso, in un rilancio culturale, in una presa di coscienza.
Vale anche nell’incipiente “battaglia del Fosso di Helm” tra orologi meccanici e smartwatches
"Non esistono venti favorevoli per il marinaio che non sa dove andare" (Seneca)

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #5 il: Marzo 16, 2016, 03:44:53 am »
Nel suo intervento, come sempre esemplare per garbo ed eleganza, Gianni scoperchia un vaso di Pandora che fagocita il lettore in un turbine di argomenti strettamente coesi l'uno all'altro da necessitare di una trattazione così ampia e completa da essere impossibile coi tempi e i modi dei forum.
Perché la sua attenta analisi e le sue sottili tesi portano a temi complessi che possono essere trattati solamente ed antiteticamente attraverso una risposta sprezzante e risoluta od altrimenti tramite un approfondimento forse troppo impegnativo e corposo per non essere noioso per chi legge e non è appassionato dell'argomento.

Per amore d'informazione e per il piacere del favellare tra gentiluomini, non sceglierò la prima strada ma mi limiterò nell'intraprendere la seconda.

Di seguito, quindi, mi impegno a rilevare due temi principali nel suo discorso:
- la domanda e la sua capacità culturale;
- il futuro della sartoria.

Assunta la differenziazione fra industria ed artigianato e quindi fra Brioni e Rubinacci, occorre capire di cosa si parla quando si analizza la domanda di un mercato come quello del vestire classico maschile.
Mi rifaccio, per questo, al concetto di asimmetria informativa all'interno della teoria del "mercato dei limoni" per la quale il prof Akerlof dell'università di Berkeley ricevette il Nobel nel 2001.
In breve, se in un mercato l'asimmetria d'informazioni è a sfavore dell'acquirente, ovvero la maggior parte della domanda non è in grado di percepire la qualità dell'offerta, allora al produttore sarà facile abbassare la qualità vendendo al prezzo che il compratore si aspetta di dover pagare per il prodotto che ha idea che gli si proponga.
Chiunque quindi venda prodotti di qualità superiore che necessiteranno di un prezzo di vendita maggiore che non saranno compresi dal mercato, verrà tagliato fuori.
Di seguito, i produttori di merce di media qualità saranno indotti ad abbassare ulteriormente la qualità di ciò che propongono sfruttando l'ignoranza del compratore medio, generando quindi un generale decremento del pregio medio dell'offerta del mercato intero.

È quello che osserviamo da anni nel mercato degli orologi e di cui parliamo ora, riguardo al vestire maschile, dal tramonto dell'epoca classica fino alla definitiva morte degli anni '80.
La totale mancanza di cultura ha generato un paradosso nel quale l'incapacità di riconoscere ciò che è bello ed è buono, ha portato a rifugiarsi in ciò che si crede bello e buono e si paga come tale solo perché ha un nome riconoscibile come foriero di quelle caratteristiche positive, pur essendone scevro nella sostanza.
Questo le grandi holding l'hanno capito ed ecco che, manipolando l'informazione attraverso i giornali e le televisioni che parlano di moda e non di bel vestire, accostando negli articoli sapientemente e capziosamente brand industriali a realtà sartoriali nello sciorinare dati che l'inconsapevole fruitore di riviste ingloberà come elementi dello stesso paniere, hanno elevato botteghe al ruolo di brand cospargendoli di tanta fuffa quanta era la sostanza di cui li svuotavano, divorando gli utili senza piantare nuovi semi per una crescita fruttuosa, ma limitandosi a spolparle.

Ma...

Ma come nell'orologeria è quasi verticale la crescita che il mercato globalizzato ha permesso a chi vende fuffa griffata col logo (e il prezzo) di alta orologeria manifatturiera, allo stesso modo non cessa di esistere una piccola dimensione di indipendenti che si rivolgono a chi sa.
Perché non cessa di esistere chi sa.
E badate bene: se questo vale per un'industria così incredibilmente anacronistica come quella dell'alta orologeria meccanica, non può non valere per un settore come quello dell'abbigliamento maschile che, seppure meno forte dei crismi tradizionali, non smette di essere di grande attualità seppur con le esigenze mutate di oggi.

Ed ecco che ci affacciamo al secondo tema: il futuro della sartoria.
In Italia, specialmente in quella Napoli che si fregia e al contempo ha portato in tutto il mondo l'arte del saper vestire italiana, l'attività sartoriale è una pianta con radici profonde che ancora nutrono la vecchia pianta e le consentono di gettare nuovi rami.
Perché come dicevo nel commento precedente la sartoria non è destinata a morire fin tanto che non si proporrà come alternativa alla perfezione della produzione industriale, ma vivrà nuova vita nella misura in cui risponderà alle esigenze di chi cerca qualcosa di proprio.
La scomparsa della manodopera minorile o comunque a basso costo tipica delle sartorie di quarant'anni fa e di un'Italia che riconosceva nella piccola impresa la sua linfa vitale quando non ancora obnubilata dalla propaganda di regime che ha reso il politically correct il solo dio ed ha condannato il piccolo nero fisiologico che era da solo foraggio, sopravvivenza e finanziamento per un'intera società , ha causato un grande cambiamento nel modo di intendere l'arte sartoriale da parte di chi la opera.
Col risultato che ad oggi, i giovani che decidono di perseguire il progetto di una carriera nel settore, lo fanno non perchè unico modo per mettere insieme il pranzo con la cena ma come scelta consapevole e finale di una ricerca e spesso di uno studio durato anni.
Credo quindi che in futuro l'inesorabile assottigliarsi della manodopera specializzata, insieme ai nuovi standard imposti dalla grande industria del su ordinazione, spianeranno la strada ad una nuova fase, nella quale sapranno emergere i maestri sarti dalla personalità artistica in grado di distinguersi di per sè, e quelli in grado di rispondere al meglio alle richieste del cliente così da farlo distinguere.

Alla base, come sempre, in questa disperata società c'è il disperato bisogno di uomini di cultura, che siano clienti consapevoli e che quindi orientino quel meccanismo di asimmetria informativa dalla loro parte, plasmando al miglioramento l'offerta attraverso una domanda esigente e cosciente.
Perché alla fine, tanto nel vestire quanto nell'orologeria ed in ogni altra categoria merceologica, vale la sempre attuale espressione della saggezza latina: caveat emptor!
È tutto nelle nostre mani di conoscitori e non ciechi consumatori.

PS: ringrazio Beppe per il complimento.
"Dum differtur, vita transcurrit" (L. A. Seneca)

guagua72

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Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #6 il: Marzo 16, 2016, 08:31:12 am »
Ho confuso le acque nel mio intervento iniziale e me ne scuso. Interessanti argomentazioni le Vostre. Probabilmente analizzando il tema in maniera approfondita, potremmo suddividere la situazione attuale in tre punti:
- Abito "moda", di confezione. Ora esistente solo nella forma di reinterpretazione della giacca in chiave moderna, pantalone alla caviglia, giacca corta e striminzita. Alcuna artigianalità, tanta industria, abito completamente "svuotato" che al primo venticello di cambio del vento apparirà vecchio e consunto benché ancora nuovo;
- Abito di Manifattura, declinato in diverse versioni, alla moda o più classico nel taglio, per citare alcuni ad esempio : Brioni e Kiton, ( quel poco che è rimasto a Penne e Napoli), alcuni esemplari di Corneliani o altri del Mantovano o delle Marche ( credo anche Lardini qualcosa abbia in produzione) ;
- Abito sartoriale, tagliato, cucito e costruito dal sarto , interamente.
Alcuni di Voi, che vedo molto esperti e anche fini scrittori, e che hanno sicuramente avuto modo di visitare Pitti Uomo hanno potuto assorbire tutta la voglia di "sartorialità" che le grandi case cercano di instillare nel cliente ( il commerciante/negoziante) e a sua volta nel consumatore. Solo un paravento, inutile. Gran parte degli espositori si sono artatamente creati delle storie e hanno artatamente condizionato se stessi e gli altri. Ora sartoriale non è più sinonimo di "fatto dal sarto", sartoriale è sinonimo di "stretto, corto e con spalla deostruita", "ci stai come un salame? ma no è tutto ok, cavolo ma non capisci è sartoriale!" . No ho alcun dubbio che il Sarto rimanga e che ci siano fior fior di giovani disposti al sacrificio, ma il business dell'industria moda, ha accantonato la "manifattura" a scapito del "sartoriale".

PESSOA67

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Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #7 il: Marzo 16, 2016, 10:21:16 am »
Complimenti per gli interventi.
Io osservo e concordo che l'industria dà in pasto quello che il consumatore crede di percepire come eleganza, a prezzi vergognosi.
Ma credo che sia proprio ad oggi tramontato uno stile: l'abito la giacca le proporzioni e la vestibilità, tutte cose del passato ahimè.
Oggi piumino jeans e maglione.
Quanti indossano l'abito?
quante donne indossano la gonna?

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #8 il: Marzo 16, 2016, 11:21:03 am »
Come mi diceva di persona Giorgio quando recentemente l'ho incontrato, partecipo poco a questa sezione ma, questo è un argomento che amo molto e su cui, prima di procedere nei miei acquisti, ho approfondito moltissimo, inizialmente per spender bene il mio danaro e in un secondo tempo perchè addentrandomi ho compreso che in questo tema c'è molta della ns cultura.

Per questo motivo voglio complimentarmi con tutti voi: Giorgio, Gianni, Angelo e in special modo AleArturo (ti chiamo ale o arturo?) per l'analisi colta e profonda che avete fatto.
Condivido molto di ciò che avete scritto, specie quando si è detto che i colpevoli di questa deriva sono i clienti finali e non le società che hanno scopo di lucro e devono fare mercato e marketing al minor costo. Come con gli orologi, se le persone non hanno voglia di leggere, studiare e approfondire è normale poi che siano vittime del marketing e del Brand.
Queste ultime sono state le generazioni dell'immagine, di quella velocità tanto amata dal ns tanto caro Mass8....e più si va veloci, meno è il tempo per studiare, più sono necessarie le sintesi e l'estrema sintesi è, lo slogan (personalmente lo slogan mi fa girare i coXXXXni perchè ho la sensazione di esser trattato da ebete da imboccare).

Concludo il mio intervento dicendovi come personalmente mi sono comportato: dopo una prima ricerca bulimica, ho compreso le differenze tra un abito sartoriale e tutto il resto, da questo ho cercato comprendere quale tipo di stile fosse più vicino alle mie corde. Devo dire che se vivessi in Campania probabilmente non avrei, causa abiti, i danari per valutare orologi....l'arte di Vincenzo Attolini ha insegnato tanto e creato nella regione tanto lavoro e professionalità.

Anche la Brioni di tanti anni fa mi ha affascinato ed è per questo che sono andato a cercarmi quali erano i sarti che la resero tanto famosa, fino a trovarne degli scritti in cui si raccontava di uno più bravo degli altri, uno che veniva inviato dall'azienda in giro per il mondo dai clienti più importanti, uno che vinse giovane le forbici d'oro alla fine degli anni '80 (quando il premio ancora contava qualcosa), uno che qualche anno fa ha lasciato Brioni dopo 30 anni di collaborazione: uno che oggi continua a girare il mondo facendo il sarto per delle persone che amano la buona sartoria e non il Brand.....uno che ho il piacere di presentare come il mio Sarto agli amici che eventualmente me lo chiedessero.   ;D

tizioecaio

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #9 il: Marzo 16, 2016, 11:59:52 am »
Ma..non ho ben capito.. :o che avrebbe combinato sto' Brioni?...
E' ancora operativo ' e' scoppiato o sta' scoppiando pure lui?..

ciaca

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Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #10 il: Marzo 16, 2016, 12:41:45 pm »
Ma..non ho ben capito.. :o che avrebbe combinato sto' Brioni?...
E' ancora operativo ' e' scoppiato o sta' scoppiando pure lui?..

Brioni dopo essere stata la punta di diamante della sartoria artigianale italiana ed essere quindi divenuta un "nome" riconosciuto in tutto il mondo ha iniziato il percorso decadente di tutte le griffe, ha iniziato ad investire più sul marchio e sulla distribuzione che sulla qualità delle materie prime e della produzione, ha iniziato a sponsorizzare vip ed eventi (il più celebre dei quali il sodalizio con l'agente 007), per infine essere acquisita nel 2012 al culmine di questo percorso decadente di valorizzazione del marchio dal gruppo Kering (già proprietario di Zegna e Gucci, n.d.r.) che, per completare l'opera di distruzione della manifattura ha scelto uno stilista inglese (Brendan Mullane), con solide militanze nel mondo del lusso griffato (Hermes, LV, Givenchy e Burberry) come direttore "creativo" e ha iniziato a produrre roba in segmenti (intimo, casual, pronto moda) che nulla avevano a che fare con la storia e il core business dell'azienda al solo scopo di appiccicare un marchio su inutili pezze griffate da vendere a cifre surreali in giro per il mondo, specie sui nuovi e danarosi mercati asiatici.

Il mondo non ha recepito quest'ennesima proposta del lusso griffato, i nuovi clienti non sono arrivati mentre quelli che consideravano Brioni ciò che era un tempo se ne sono allontanati prendendo atto della sua inevitabile decadenza.
Risultato: il fatturato è precipitato, la produzione si è ridotta a meno della metà in pochi anni e oggi la proprietà vuole tagliare un terzo della forza lavoro. In sintesi, in poco meno di 4 anni i venditori di fuffa griffata si sono mangiati una delle eccellenze italiane più apprezzate nel campo della sartoria maschile.
« Ultima modifica: Marzo 16, 2016, 12:46:42 pm da ciaca »
"A megghiu parola è chidda ca un si dici"

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #11 il: Marzo 16, 2016, 12:56:28 pm »
AMEN!

tizioecaio

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #12 il: Marzo 16, 2016, 14:14:42 pm »
Ma..non ho ben capito.. :o che avrebbe combinato sto' Brioni?...
E' ancora operativo ' e' scoppiato o sta' scoppiando pure lui?..

Brioni dopo essere stata la punta di diamante della sartoria artigianale italiana ed essere quindi divenuta un "nome" riconosciuto in tutto il mondo ha iniziato il percorso decadente di tutte le griffe, ha iniziato ad investire più sul marchio e sulla distribuzione che sulla qualità delle materie prime e della produzione, ha iniziato a sponsorizzare vip ed eventi (il più celebre dei quali il sodalizio con l'agente 007), per infine essere acquisita nel 2012 al culmine di questo percorso decadente di valorizzazione del marchio dal gruppo Kering (già proprietario di Zegna e Gucci, n.d.r.) che, per completare l'opera di distruzione della manifattura ha scelto uno stilista inglese (Brendan Mullane), con solide militanze nel mondo del lusso griffato (Hermes, LV, Givenchy e Burberry) come direttore "creativo" e ha iniziato a produrre roba in segmenti (intimo, casual, pronto moda) che nulla avevano a che fare con la storia e il core business dell'azienda al solo scopo di appiccicare un marchio su inutili pezze griffate da vendere a cifre surreali in giro per il mondo, specie sui nuovi e danarosi mercati asiatici.

Il mondo non ha recepito quest'ennesima proposta del lusso griffato, i nuovi clienti non sono arrivati mentre quelli che consideravano Brioni ciò che era un tempo se ne sono allontanati prendendo atto della sua inevitabile decadenza.
Risultato: il fatturato è precipitato, la produzione si è ridotta a meno della metà in pochi anni e oggi la proprietà vuole tagliare un terzo della forza lavoro. In sintesi, in poco meno di 4 anni i venditori di fuffa griffata si sono mangiati una delle eccellenze italiane più apprezzate nel campo della sartoria maschile.
Enciclopedico ed esaustivo.
Ancora una volta (amaramente..) grazie!

Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #13 il: Marzo 16, 2016, 15:58:57 pm »
Ho confuso le acque nel mio intervento iniziale e me ne scuso. Interessanti argomentazioni le Vostre. Probabilmente analizzando il tema in maniera approfondita, potremmo suddividere la situazione attuale in tre punti:
- Abito "moda", di confezione. Ora esistente solo nella forma di reinterpretazione della giacca in chiave moderna, pantalone alla caviglia, giacca corta e striminzita. Alcuna artigianalità, tanta industria, abito completamente "svuotato" che al primo venticello di cambio del vento apparirà vecchio e consunto benché ancora nuovo;
- Abito di Manifattura, declinato in diverse versioni, alla moda o più classico nel taglio, per citare alcuni ad esempio : Brioni e Kiton, ( quel poco che è rimasto a Penne e Napoli), alcuni esemplari di Corneliani o altri del Mantovano o delle Marche ( credo anche Lardini qualcosa abbia in produzione) ;
- Abito sartoriale, tagliato, cucito e costruito dal sarto , interamente.
Alcuni di Voi, che vedo molto esperti e anche fini scrittori, e che hanno sicuramente avuto modo di visitare Pitti Uomo hanno potuto assorbire tutta la voglia di "sartorialità" che le grandi case cercano di instillare nel cliente ( il commerciante/negoziante) e a sua volta nel consumatore. Solo un paravento, inutile. Gran parte degli espositori si sono artatamente creati delle storie e hanno artatamente condizionato se stessi e gli altri. Ora sartoriale non è più sinonimo di "fatto dal sarto", sartoriale è sinonimo di "stretto, corto e con spalla deostruita", "ci stai come un salame? ma no è tutto ok, cavolo ma non capisci è sartoriale!" . No ho alcun dubbio che il Sarto rimanga e che ci siano fior fior di giovani disposti al sacrificio, ma il business dell'industria moda, ha accantonato la "manifattura" a scapito del "sartoriale".
In una società che ha disimparato a chiamare col proprio nome le cose in ossequio ad una spasmodica quanto ipocrita ricerca di un politically correct che consentisse a chiunque di credersi e rivedersi in chicchessia, ci troviamo ad un punto nel quale dietro alle definizioni non corrisponde un significato, un'identità.
E' la decadenza del nostro tempo, la rinuncia alle identità, che è madre prima dei mali che attanagliano il mondo moderno.
Cerchiamo quindi di fare chiarezza quantomeno sulle definizioni dei concetti di cui trattiamo, perchè in un sistema che chiama "caffè" una bevanda a cui ha tolto la caffeina e "matrimonio" un istituto che non ne ha nè la natura nè i presupposti nè i contenuti come le sacrosante unioni fra omosessuali, rischiamo di parlare di tutto senza dirci niente.
Proverò quindi a rimettere in ordine concetti non comunemente assunti, secondo quella che ritengo essere l'essenza reale sottesa ai loro nomi, partendo dalla disamina di Giorgio, mutuando spiegazioni anche da chi ne sa più di me.

- moda: diceva Oscar Wilde: "la moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi". Teniamola quindi fuori - perchè fuori sta - dal discettare di stile maschile.

- confezione: citando pedissequamente Giancarlo Maresca: "di confezione è il capo che nasce multiplo, eventualmente personalizzato alla vendita. Per essere definito di confezione non conta che il capo sia fatto a mano o a macchina, solo che alla nascita sia concepito e realizzato come multiplo. Bisogna infatti tener distinti i concetti di artigianato e industria".

- manifattura: manifattura non è, come l'etimologia del lemma indurrebbe ad intendere, ciò che è fatto a mano. Manifattura è quell'insieme di processi che, dal medioevo alla società moderna prima e contemporanea poi, hanno portato alla realizzazione di prodotti non secondo le regole dell'artigianato ma della produzione industriale.
In questo è contenuta la definizione di "confezione" di cui sopra, che si rifà quindi al mondo dell'industria e non dell'arte (e quindi dell'artigianato) e della produzione in serie ancorchè personalizzata.

- sartorialità: sartoriale è un aggettivo inventato dai grandi gruppi per ammantare di romanticismo la produzione squisitamente industriale dei marchi che spolpano, lasciando intendere alla sprovveduta clientela che "sartoriale" significhi "realizzato coi criteri del sarto ma con le tecnologie moderne". In realtà non significa nulla, perchè industria e artigianato sono entità separate ed una non può riconoscersi nell'altra se non nella misura in cui la prima cammina sulle spalle del secondo servendosene per vuota propaganda.

- artigianale: ciò che è fatto dal sarto non è sartoriale, è artigianale. Artigianale nella misura in cui è realizzato secondo le regole dell'arte di un uomo che quest'arte la conserva e la padroneggia (è questo il maestro sarto, non chiunque da un tessuto sappia fare un abito) trasferendola in prima persona al capo su cui lavora o, allo stesso modo, indirizzando un gruppo di operai che mettono in pratica comunque il suo stile, manualmente o attraverso l'uso di macchine.

- industriale: industriale è il prodotto non realizzato dal sarto nella propria bottega ma in uno stabilimento e secondo non la richiesta del singolo cliente che gli commissiona volta per volta dei pezzi unici, ma secondo le direttive di un management/centro stile e con processi e tecniche tipiche della produzione in serie anche se con largo uso di manualità.

Poi ci sono abiti perfetti ma realizzati su confezione da un sarto che di mestiere fa il dirigente di stabilimento com'è Ciro Paone per Kiton ed emerite porcherie realizzate da un sarto di bottega con ago e filo, basta sapere di ciò di cui parliamo e non solo da quali mani questo esce.

Complimenti per gli interventi.
Io osservo e concordo che l'industria dà in pasto quello che il consumatore crede di percepire come eleganza, a prezzi vergognosi.
Ma credo che sia proprio ad oggi tramontato uno stile: l'abito la giacca le proporzioni e la vestibilità, tutte cose del passato ahimè.
Oggi piumino jeans e maglione.
Quanti indossano l'abito?
quante donne indossano la gonna?
Questi mi sembrano un ragionamento ed un'argomentazione un po' massottiane.
Solo perchè la massa indossa Rolex e va a 200 all'ora, non significa che sia tramontata l'alta orologeria e che certi maestri non propongano, ricerchino ed inventino più alta orologeria.
Probabilmente sono pochi i gentiluomini che ancora amano vestire con abiti degni di essere chiamati tali e non con quelle bestialità le cui giacche non arrivano a coprire il sedere e i pantaloni le caviglie, adornati da baveri striminziti e cravatte che sembrano nastrini, ma esistono e forse sono anche più (visto che non tutti gli uomini indossano orologi, ma tutti devono vestirsi) di noi che amiamo i cosiddetti orolgi "teatrali".

Ringrazio Claudio per i complimenti e gli tributo i miei di rimando perchè, come ho già avuto modo di dirgli riguardo alla sua passione per un certo tipo di orologeria, traspare dal suo post una forma mentis che si riflette anche nella ricerca del modo migliore per vestirsi, che passa attraverso una conoscenza ed uno studio che consentono una capacità di analisi e quindi di scelta propri solo agli uomini liberi; liberi dal giogo delle scelte altrui, dell'indirizzo dell'industria e dell'imposizione del gusto di massa.
Libertà che si trova solo col sapere e col conoscere.

Ah,
Citazione da: claudio969
AleArturo (ti chiamo ale o arturo?)
mi chiamo Alessandro. :)
"Dum differtur, vita transcurrit" (L. A. Seneca)

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Re:L'abito maschile, tradizione e innovazione
« Risposta #14 il: Marzo 16, 2016, 16:30:56 pm »
Ho confuso le acque nel mio intervento iniziale e me ne scuso. Interessanti argomentazioni le Vostre. Probabilmente analizzando il tema in maniera approfondita, potremmo suddividere la situazione attuale in tre punti:
- Abito "moda", di confezione. Ora esistente solo nella forma di reinterpretazione della giacca in chiave moderna, pantalone alla caviglia, giacca corta e striminzita. Alcuna artigianalità, tanta industria, abito completamente "svuotato" che al primo venticello di cambio del vento apparirà vecchio e consunto benché ancora nuovo;
- Abito di Manifattura, declinato in diverse versioni, alla moda o più classico nel taglio, per citare alcuni ad esempio : Brioni e Kiton, ( quel poco che è rimasto a Penne e Napoli), alcuni esemplari di Corneliani o altri del Mantovano o delle Marche ( credo anche Lardini qualcosa abbia in produzione) ;
- Abito sartoriale, tagliato, cucito e costruito dal sarto , interamente.
Alcuni di Voi, che vedo molto esperti e anche fini scrittori, e che hanno sicuramente avuto modo di visitare Pitti Uomo hanno potuto assorbire tutta la voglia di "sartorialità" che le grandi case cercano di instillare nel cliente ( il commerciante/negoziante) e a sua volta nel consumatore. Solo un paravento, inutile. Gran parte degli espositori si sono artatamente creati delle storie e hanno artatamente condizionato se stessi e gli altri. Ora sartoriale non è più sinonimo di "fatto dal sarto", sartoriale è sinonimo di "stretto, corto e con spalla deostruita", "ci stai come un salame? ma no è tutto ok, cavolo ma non capisci è sartoriale!" . No ho alcun dubbio che il Sarto rimanga e che ci siano fior fior di giovani disposti al sacrificio, ma il business dell'industria moda, ha accantonato la "manifattura" a scapito del "sartoriale".
In una società che ha disimparato a chiamare col proprio nome le cose in ossequio ad una spasmodica quanto ipocrita ricerca di un politically correct che consentisse a chiunque di credersi e rivedersi in chicchessia, ci troviamo ad un punto nel quale dietro alle definizioni non corrisponde un significato, un'identità.
E' la decadenza del nostro tempo, la rinuncia alle identità, che è madre prima dei mali che attanagliano il mondo moderno.
Cerchiamo quindi di fare chiarezza quantomeno sulle definizioni dei concetti di cui trattiamo, perchè in un sistema che chiama "caffè" una bevanda a cui ha tolto la caffeina e "matrimonio" un istituto che non ne ha nè la natura nè i presupposti nè i contenuti come le sacrosante unioni fra omosessuali, rischiamo di parlare di tutto senza dirci niente.
Proverò quindi a rimettere in ordine concetti non comunemente assunti, secondo quella che ritengo essere l'essenza reale sottesa ai loro nomi, partendo dalla disamina di Giorgio, mutuando spiegazioni anche da chi ne sa più di me.

- moda: diceva Oscar Wilde: "la moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi". Teniamola quindi fuori - perchè fuori sta - dal discettare di stile maschile.

- confezione: citando pedissequamente Giancarlo Maresca: "di confezione è il capo che nasce multiplo, eventualmente personalizzato alla vendita. Per essere definito di confezione non conta che il capo sia fatto a mano o a macchina, solo che alla nascita sia concepito e realizzato come multiplo. Bisogna infatti tener distinti i concetti di artigianato e industria".

- manifattura: manifattura non è, come l'etimologia del lemma indurrebbe ad intendere, ciò che è fatto a mano. Manifattura è quell'insieme di processi che, dal medioevo alla società moderna prima e contemporanea poi, hanno portato alla realizzazione di prodotti non secondo le regole dell'artigianato ma della produzione industriale.
In questo è contenuta la definizione di "confezione" di cui sopra, che si rifà quindi al mondo dell'industria e non dell'arte (e quindi dell'artigianato) e della produzione in serie ancorchè personalizzata.

- sartorialità: sartoriale è un aggettivo inventato dai grandi gruppi per ammantare di romanticismo la produzione squisitamente industriale dei marchi che spolpano, lasciando intendere alla sprovveduta clientela che "sartoriale" significhi "realizzato coi criteri del sarto ma con le tecnologie moderne". In realtà non significa nulla, perchè industria e artigianato sono entità separate ed una non può riconoscersi nell'altra se non nella misura in cui la prima cammina sulle spalle del secondo servendosene per vuota propaganda.

- artigianale: ciò che è fatto dal sarto non è sartoriale, è artigianale. Artigianale nella misura in cui è realizzato secondo le regole dell'arte di un uomo che quest'arte la conserva e la padroneggia (è questo il maestro sarto, non chiunque da un tessuto sappia fare un abito) trasferendola in prima persona al capo su cui lavora o, allo stesso modo, indirizzando un gruppo di operai che mettono in pratica comunque il suo stile, manualmente o attraverso l'uso di macchine.

- industriale: industriale è il prodotto non realizzato dal sarto nella propria bottega ma in uno stabilimento e secondo non la richiesta del singolo cliente che gli commissiona volta per volta dei pezzi unici, ma secondo le direttive di un management/centro stile e con processi e tecniche tipiche della produzione in serie anche se con largo uso di manualità.

Poi ci sono abiti perfetti ma realizzati su confezione da un sarto che di mestiere fa il dirigente di stabilimento com'è Ciro Paone per Kiton ed emerite porcherie realizzate da un sarto di bottega con ago e filo, basta sapere di ciò di cui parliamo e non solo da quali mani questo esce.

Complimenti per gli interventi.
Io osservo e concordo che l'industria dà in pasto quello che il consumatore crede di percepire come eleganza, a prezzi vergognosi.
Ma credo che sia proprio ad oggi tramontato uno stile: l'abito la giacca le proporzioni e la vestibilità, tutte cose del passato ahimè.
Oggi piumino jeans e maglione.
Quanti indossano l'abito?
quante donne indossano la gonna?
Questi mi sembrano un ragionamento ed un'argomentazione un po' massottiane.
Solo perchè la massa indossa Rolex e va a 200 all'ora, non significa che sia tramontata l'alta orologeria e che certi maestri non propongano, ricerchino ed inventino più alta orologeria.
Probabilmente sono pochi i gentiluomini che ancora amano vestire con abiti degni di essere chiamati tali e non con quelle bestialità le cui giacche non arrivano a coprire il sedere e i pantaloni le caviglie, adornati da baveri striminziti e cravatte che sembrano nastrini, ma esistono e forse sono anche più (visto che non tutti gli uomini indossano orologi, ma tutti devono vestirsi) di noi che amiamo i cosiddetti orolgi "teatrali".

Ringrazio Claudio per i complimenti e gli tributo i miei di rimando perchè, come ho già avuto modo di dirgli riguardo alla sua passione per un certo tipo di orologeria, traspare dal suo post una forma mentis che si riflette anche nella ricerca del modo migliore per vestirsi, che passa attraverso una conoscenza ed uno studio che consentono una capacità di analisi e quindi di scelta propri solo agli uomini liberi; liberi dal giogo delle scelte altrui, dell'indirizzo dell'industria e dell'imposizione del gusto di massa.
Libertà che si trova solo col sapere e col conoscere.

Ah,
Citazione da: claudio969
AleArturo (ti chiamo ale o arturo?)
mi chiamo Alessandro. :)

Potrà sembrarti il mio un commento qualunquista ma la realtà e che come sempre i pochi non fanno massa critica quindi il gusto imperante è perlopiù diventato cattivo gusto.
Se Brioni è un esempio che fa lacrimare il cuore uno sguardo per le città d'Italia dimostra che l'uomo elegante è sempre più raro e i miei nonni sempre in giacca e cravatta oggi sono sostituiti da 50-70enni in Hogan e Moncler, io questo vedo.
Chi ha detto che le sartorie non esistono? Ma ripeto quanti indossano abitualmente il completo?
Quanti rispettano la cosidetta tradizione? Quale tradizione?
Sulle proporzioni non sono d'accordo, una giacca anche di sartoria di 10 anni fa oggi farebbe ridere, le proporzioni cambiano...ahimè come i diametri degli orologi...tutto sta nel non estremizzare, e non sto parlando di qualità ripeto.